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Achab di Peressini Stefano



Profilo Critico

Il porto è lontano,
molte miglia al di là della nebbia
che avvolge stamani le vele
del vecchio vascello.
Il parapetto s’affaccia
su di un mare d’acciaio sbiadito,
sul muoversi lento di un’onda che vibra
d’elettrica attesa.
Io so che il destino mi aspetta
e senza fretta mi attira,
come il vortice che infido ruota
e inghiotte anche il cielo.
Dietro mi porto
i miei giorni di pioggia,
il lampo violento di un antico dolore,
la firma beffarda del nemico di sempre.
E sento che in fondo
ogni cosa è già scritta,
come il segno sicuro dell’astro
che dall’alto m’insegna la strada da fare.
A tratti il bagliore
dell’alba che viene sofferta
sparpaglia una luce distorta
tra le nuvole gonfie,
e intorno è soltanto l’indolente gocciolare
d’ombre livide e imperfette,
come un’esile traccia d’inchiostro
sulla tela bagnata.
Ti cerco e scruto il mare,
sfioro l’orizzonte,
so che scivoli nascosta, invisibile e letale,
poco più in là di un mio pensiero.
Ti aspetto in questo mondo
oscuro di pazzia,
in mezzo al nulla disperato
di un oceano lontano.
So che presto arriverai
e sarà come ballare
sulla musica del tempo
trangugiato in questo viaggio.
La cresta d’onda che si squarcia
porta l’attimo selvaggio
d’uno sguardo di sfida:
è tornata, col mattino,
l’ora giusta per salpare.