La ruga

di

La ruga dove mossi i primi passi

era stretta e tortuosa,

come se in un remoto tempo

fosse tracciata da un capomastro

ubriaco, che vacillava a destra e a sinistra.

In un dedalo di viuzze si rintanarono

i vecchi per lasciar spazio

alla numerosa prole.

Su in aria tra le vetuste case

una striscia di cielo azzurro.

Era animata da nidiate di bambini,

e al di là della miseria

c’era un’infinita allegria,

singhiozzava la fontanella

mentre ci spruzzavamo d’acqua

e le lucciole volavano

intorno a noi.

I nostri vecchi sedevano

alla luce della luna, parlavano

di guerre e di terre lontane,

sotto le finestre le serenate

gorgheggiate degli innamorati.

Al mattino ci destavamo

al gioioso canto degli uccelli,

e i garofani sui balconi

salutavano sorridendo.

Amica ruga mi hai dato giorni belli

felicità e tanta gioia;

si fa sera … ed è tempo di commiato,

mi ritrovo coi capelli brizzolati

tra mura sghembe e scalcinate.

Più non giocano i bambini

né ruspano le galline,

non c’è una lampada accesa ad attendermi,

ovunque mi volti vedo i segni del tempo,

muffose macchie mi fissano dai muri,

io sono solo ospite di nessuno.

La notte incombe, sono triste e stanco;

un velo di lacrime oscura

i miei occhi smarriti.