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La voce del silenzio di Orgiana Adelaide



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Nel piccolo villaggio di Oàllab, agli estremi confini della Terra, i due vecchi Saggi rimasti avevano smarrito da un po’ di tempo la loro abitale serenità.

E’ noto che non si addice alla Saggezza un’incontrollata manifestazione delle emozioni, ma l’avvenimento che stava turbando gli animi di tutti gli abitanti di Oàllab giustificava l’insolita eccezione alla regola.

Anniah, una delle donne più stimate del villaggio, aveva abbandonato la sua umile casa sulla collina e, portandosi dietro solo una stuoia, una coperta di lana grezza e una brocca colma d’acqua, era andata ad accamparsi sotto il grande Fico secolare piantato sulla riva sinistra del Flumen d’Os.

Le poche persone che, alle prime luci dell’alba, l’avevano vista incamminarsi a passo lento lungo il sentiero che conduceva al fiume affermavano che sul suo viso non c’erano segni che facessero pensare ad un’improvvisa follia, ma solo un’espressione di fiera e dolente determinazione.

C’era però chi diceva, ed erano in tanti, che Anniah non era più la stessa da che il Flumen d’Os, il mese prima, si era portato via il suo unico e giovane figlio Bastias.

Incontrandosi intorno alla fontana dove andavano ad attingere l’acqua per gli animali e le piante, nel vento odoro di resina che gonfiava le loro vesti, le donne di Oàllab si fermavano a scambiarsi commenti sul fatto.

“La mente di Anniah è stata invasa da pensieri funesti che le hanno tolto il sonno e la pace.”

“Una madre non può sopportare un dolore così grande senza impazzire.”

“Bastias era tutta la sua vita. Era lui che dava un senso e sapore ai suoi giorni.”

“Povera Anniah! Non deve essere facile sopravvivere a una perdita tanto dolorosa. E poi… senza avere nemmeno la possibilità di rivederlo e abbracciarlo un’ultima volta o dare sepoltura al suo corpo!”

“Il Flumen d’Os non ha mai restituito i corpi degli annegati. Dicono che siano le anguille quando spingono per sfuggire alle reti e trascinarli senza rimedio verso la Cascata degli Angeli. E da lì, nessuno è mai più ritornato.”

“La corrente ha portato via anche il suo cane. Quella povera bestia lo seguiva come un’ombra, dovunque. Qualcuno dice che dev’essersi lanciato nel fiume per afferrare il suo padrone…”

“O forse è vero il contrario: è stato Bastias a gettarsi quando ha visto il suo cane cadere in acqua ed è stata la fine per entrambi.”

“Quello che non si spiega, che nessuno sembra sapere è perché, quella notte, il ragazzo fosse sul fiume. Qui in paese, tutti sanno che gli piaceva andare a caccia nei boschi vicini. Era per quello che si era preso il cane.”

“Lo ha urla anche Anniah, quando, all’alba, le hanno portato la terribile notizia. Ha detto che non poteva essere vero; che a suo figlio non piaceva andare a pesca di anguille. L’uomo che diceva di aver visto il suo corpo precipitare nella Cascata si sbagliava: Bastias era andato a caccia sui monti e sarebbe tornato, come sempre, al tramonto col carniere carico di pernici e qualche lepre nello zaino. Lei le avrebbe raccolte in una cesta e portate in dono alle famiglie più bisognose di Oàllab; perché la miseria nel villaggio è tanta, ma grande è anche la dignità della gente che ha fame. Solo un’offerta semplice come quella che faceva Bastias poteva essere accettata senza umiliazione.”

“Povera Anniah… Lo ha aspettato per ore, ferma davanti al portone di casa come una statua di gesso. Chi ha visto i suoi occhi, quando si è fatto buio e non le è rimasta più nemmeno una goccia di speranza, non li scorderà facilmente.”

“Chi l’ha sollevata, quando si è accasciata al suole senza un lamento, ha detto che il suo corpo non aveva peso; che pareva una rondine a cui avessero strappato le ali.”

“I vicini di casa che a turno, per u mese, l’hanno vegliata dicono che a stento sono riusciti a farle ingoiare un po’ di latte e qualche pezzetto di pane; che i suoi occhi avevano perso ogni luce e non parlava più se non per dire che voleva andarsene sul Flumen d’Os, vicino al luogo in cui Bastias era stato visto per l’ultima volta e starci sino a che lui non le avesse mandato un segno.”

“L’Aquila nera del Dolore le sta divorando il cuore e la mente col suo becco insaziabile.”

“Alla fine non c’è stato più modo di fermarla. Non ci sono riusciti neppure Anèr il vasaio e Nassas il tessitore di resti! Con tutta la loro saggezza non sono stati capaci di trovare le Parole adatte a placare lo strazio del suo animo. E  non se ne danno pace; da molti giorni, dal comignolo della fornace di Anèr non si vede più uscire il fumo e qualcuno dice di aver visto dei gatti randagi intanarsi fra le reti che Nassas non ha terminato d’intrecciare. Non è da loro trascurare il lavoro!”

Con le brocche ormai colme sino all’orlo, in un frusciare di vesti e lamenti sommessi, le donne si allontanavano dalla fontana per avviarsi, senza fretta, lungo la strada lastricata che conduceva alle loro case.

Nessuna di loro sembrava aver notato che l’eco delle Parole pronunciate ad alta voce aveva formato una larga e densa nuvola di vapore che, levandosi verso il cielo color fiordaliso come un fungo gigantesco, cominciava lentamente a oscurare l’intera vallata di Oàllab.

Lo strano fenomeno non era però sfuggito agli occhi vigili di Anèr e Nassas che, seduti inoperosi sulla panca di pietra che separava le soglie delle loro botteghe, non facevano che riflettere e tormentarsi in cerca di una soluzione che fosse di aiuto ad Anniah, ma anche di sollevo per il loro animi insolitamente turbati.

“E’ una nube che non darà pioggia quella che vedono i miei occhi e i tuoi. Non è così Nassas?” chiese Anér, indicando con un cenno del capo la grande massa di vapore che ormai aveva quasi nascosto il disco giallo del sole.

“E nemmeno neve. E’ stato il Coro delle donne a generarla. Svanirà solo quando si placheranno le voci e i lamenti qui a Oàllab. E sarà il giorno in cui Anniah farà finalmente ritorno alla sua casa col cuore ricomposto.” rispose il secondo saggio.

Anèer annuì e fece un lungo sospiro. Sul suo volto rugoso erano visibili i segni dello sconforto e della pena. “Ci vorrà del tempo. Dovremo rovesciare più volte la clessidra e attendere con pazienza che la sabbia compia lentamente il suo percorso, ma quel giorno potrebbe anche non arrivare mai.” sussurrò come se temesse, parlando ad alta voce, di dar forma e concretezza a quella triste possibilità. E continuò: “Per un mese abbiamo cercato di alleviare la sofferenza di Anniah, ma ogni nostro tentativo si è rivelato vano; lei è rimasta in silenzio ad ascoltarci e intanto la sua mente vagava lontano. In certi momenti, penso che tutte le Parole che abbiamo versato nelle sue orecchie siano scivolate via da lei come fanno le foglie secche dai rami quando soffia forte il vento.”

Nassas scosse la testa. Di solito i pensieri di Anèr viaggiavano in perfetta sintonia con i suoi, ma non questa volta. “Non credo che ciò sia avvenuto.” mormorò, curvando le labbra in un vago sorriso. “Ci sono Parole che riescono a scavarsi delle nicchie misteriose e profonde nelle nostre menti e là restano sepolte a lungo, come dimenticate. Poi un giorno accade qualcosa e in un istante, senza spere come e perché, le sentiamo di nuovo risonare nelle orecchie. Prima o poi, succederà anche ad Anniah.”

Anèr allargò le braccia magre in un gesto propiziatorio. “Che il Cielo ti ascolti. Dimentichi però che Anniah ha lasciato la sua casa e se n’è andata sul fiume pur di non sentire più le nostre voci.” disse, con voce venata d’amarezza.

Nassas lasciò scorrere lo sguardo verso il fondo della valle, fra le sagome verdeargento degli eucalipti e la macchia color corallo degli oleandri che costeggiavano il Flumen d’Os.

La sua vista era calata, ma era ancora mafica; su un ramo del vecchio Fico riusciva a scorgere una piccola cornacchia appollaiata in attesa della caduta di un frutto, il rilevo tremante del corpo di Anniah rannicchiata sotto la coperta, la sua brocca rotta rovesciata sull’erba…

Sospirò piano, mentre lascava evaporare le immagini che la mente gli offriva. Non intendeva lamentarsi dei suoi limiti; al contrario, era grato al Destino per i suoi occhi che, sebbene segnati dal Tempo. Erano ancora in grado di seguire la trama fitta di una rete senza sbagliare gli intrecci.

E poi, ora che sentiva in fondo al pozzo del suo vecchio cuore approssimarsi la fine dei suoi giorni, non aveva più bisogno di spingere  lo sguardo verso l’estremo confine dell’Orizzonte. Era Lui che lentamente, ma in modo inesorabile gli stava andando incontro.

Ancora qualche silenziosa danza della luna fra le nuvole, forse un’altra stagione di luci e ombre sulle colline di Oàllab, la rete abbandonata da finire e, senza nemmeno voltarsi a guardare indietro, avrebbe visto tutta la sua vita passata nel bagliore accecante di un attimo. Il tempo di un ultimo frammento di pensiero, la scheggia di un’immagine e l’Orizzonte lo avrebbe sommerso con la sua alta onda di luce.

Era da un po’ di tempo che non faceva altro che pensarci e ogni volta, per uno strano legame di idee, gli affiorava alla mente l’immagine di Anniah, la notte della disgrazia; la rivedeva immobile e muta sulla soglia di casa, gli occhi cerchiati dalla stanchezza che frugavano avidi fra le ombre della collina vicina, in attesa della sagoma inconfondibile di Bastias, del suo passo cadenzato sul sentiero sassoso.

Avrebbe rinunciato senza esitazioni al Tempo che gli restava ancora da vivere pur di riuscire a fermare il fluire doloroso di quelle Ore e consentire ad Anniah di riavere suo figlio accanto. Ma non era in suo potere mutare il corso degli eventi. Lui non era che un umile, vecchio tessitore di reti; poteva solo provare a seguirne con attenzione la trama e la diversa combinazione degli intrecci.

Si passò la mano sulla fronte scavata da rughe profonde e ruotò lentamente la testa di lato. Incontrò gli occhi scuri di Anèr che lo fissavano, in attesa. “Non ho scordato nulla, ma con Anniah abbiamo peccato d’impazienza e presunzione. L’ho capito quando ormai era troppo tardi per fermarla.” disse , con un sorriso mite che lasciava trapelare l’ombra di un disagio.

“Le siamo stati vicini nel momento del dolore e tentato in ogni modo di consolarla. Pensavo che fosse la cosa più giusta da fare.” fece Anèr, guardandosi le mani con aria pensierosa.

“Lo è stato per molte altre persone colpite da lutti, qui ad Oàllab. Ma non lo era per Anniah. Lei non aveva bisogno di Parole, ma di silenzio e tempo. Suo figlio… il suo unico figlio era scomparso e con lui, di colpo, se n’era andata via anche la luce illuminava il suo cuore, i suoi pensieri, la casa. Anniah voleva solo starsene immobile nel buio a tentare di catturare e trattenere le ultime, preziose tracce lasciate da Bastias; forse l’eco della sua voce che la salutava sulla soglia di casa, un attimo prima di voltarsi e scomparire per sempre o quello dei sui passi che si allontanavano su per il sentiero, in quell’ultimo tragico giorno. Con le nostre voci, senza volerlo, abbiamo soffiato su quelle tracce, soffocato le immagini e i suoni che da esse scaturivano. Ad Anniah non è rimasto altro da fare che andarsene nell’unico posto in cui poteva ancora sperare di ritrovarle: sul Flumen d’Os, ad un passo dalla Cascata degli angeli.”

Anèr lasciò andare il fiato in un sospiro di resa e si levò in piedi con cautela. “Come sempre la tua mente corre più veloce della mia e i tuoi occhi riescono a cogliere cose che sfuggono ai miei. Ma se, come dici, abbiamo sbagliato è giusto che cerchiamo di rimediare. E, questa volta, non con le Parole.” Affermò, con tono deciso.

“Ora è il tuo pensiero che precede il mio. Che intendi dire?” domandò Nassas, spiando il volto del suo vecchio amico.

Non ci fu risposta, Mormorando qualcosa di vago fra sé e sé, Anèr raggiunse la porta della sua bottega e ne oltrepassò la soglia.

A Nassas non restò altro da fare che abbandonare la panca e andargli lentamente dietro.

Due giorni più tardi, sul Flumen d’Os. All’alba.

Anniah si allungò con un gemito sulla stuoia bagnata dalla brina mattutina. Come sempre, da che era venuta a stare sotto il Fico, aveva trascorso la notte accucciata su un fianco, le ginocchia quasi all’altrezza del petto per cercare di trattenere un po’ di calore.

Ora, oltre al freddo che era comunque riuscito a insinuarsi sotto la coperta, avvertiva anche un dolore sodo e pungente in ogni parte del corpo. E aveva sete, Tantissima sete. Forse per via della febbre che da alcuni giorni le squassava le ossa o per quei fichi aspri e avvizziti che raccoglieva da terra e mandava già in un boccone veloce, prima che la cornacchia sce4ndesse gracchiando dai rami a levarglieli.

Sollevò lentamente le palpebre e la cercò tra le fronde del vecchio Fico. Eccola! Aveva cambiato ramo, ma non se n’era andata. Era sempre lì: vigile e affamata e aspettava immobile, facendo saettare i suoi piccoli occhi rapaci su di lei.

Che ci fai ancora qui? Sembrava chiederle, scuotendo appena il becco appuntito. Non ti è bastato che abbia rovesciato con un colpo d’ali la tua brocca, levandoti così gli ultimi sorsi d’acqua? Sparisci! Raccogli i tuoi miseri stracci e ritorna al luogo da cui sei venuta. Non ti voglio nel mio territorio. Da quando sei comparsa non hai fatto che turbare la mia quiete e rubarmi i bocconi più gustosi.

Anniah levò una mano a sfiorarsi la fronte imperlata di sudore. Doveva essere a causa della febbre e della sete la indebolivano e le mandavano in confusione la testa se ora si era ridotta a immaginare che una povera, macilenta cornacchia fosse in grado di formulare e trasmettere dei pensieri!

O forse stava semplicemente lasciando fuggire la Ragione dalla sua mente. Non era ciò, in tono pietoso e sommesso, aveva profetizzato più di una donna di Oàllab, all’indomani della disgrazia?

Poteva accadere, pensò Anniah rabbrividendo. Già non le riusciva più di ricordare con precisione quanto tempo era trascorso da che aveva abbandonato la sua casa sulla collina: i giorni e le ore si erano come sbriciolati in tanti, confusi frammenti d’immagini e suoni che le turbinavano, senza tregua, nella testa.

Il solo pensiero che, da un po’ di tempo, le sembrava meno vago di ogni altro era che allontanarsi da Oàllab e dalla sua gente non le era servito a niente.

Per quanto avesse atteso, sperato e intrecciato lunghe e silenziose preghiere, il Flumen d’Os non le aveva restituito alcun segno dell’estremo passaggio di Bastias.

Eppure lui, quella notte, era stato là, lo aveva confermato il ritrovamento del suo fucile ormai scarico e dello zaino colmo di selvaggina sopra una roccia del dirupo.

Oscuro e privo di senso continuava a restare il motivo che lo aveva spinto a scendere sino al fiume, dopo la cascata sui monti. A Oàllab, nessuno sembrava saperlo; nemmeno il vecchio pescatore che assicurava di aver visto il suo corpo precipitare nella Cascata degli Angeli.

Qualcuno, con voce incerta, aveva tentato una spiegazione: a guidare Bastias verso il fondo della valle poteva essere stato il suo cane in fuga dietro l’ombra di una lepre e poi il buio di quella maledetta notte senza luna e le pietre scivolose sulla riva avevano fatto il resto.

Anniah si coprì gli occhi con le man. Non aveva tenuto il conto di tutte le volte che si era spinta sino al punto più alto del dirupo e là, col cuore che le si disfaceva nel petto, si era fermata per ore a fissare l’inarrestabile precipitare dell’acqua.

Nonostante ci avesse provato, non era mai riuscita a immaginare il corpo di Bastias disteso, senza più vita, sotto quella fragorosa valanga di schiuma. Ogni volta, mentre se ne stava lì a scrutare con occhi brucianti i gorghi più ribollenti e insidiosi, all’improvviso le accadeva di rivederlo bambino: nei giorni lontani in cui lo portava sul fiume a raccogliere i cardi selvatici e i corbezzoli dolci e succosi che finivano sempre per colorargli di rosso il mento e le mani.

Per pochi, luminosi momenti il Tempo le concedeva una tregua e le poteva di nuovo indugiare, con le mani sui fianchi e il sorriso negli occhi, a guardarlo correre e saltare sulle rocce levigate come una piccole lepre impazzita. Aspettare, senza fretta, che lui esaurisse le sue energie e andasse a crollarle sudato fra le braccia. Annusare il profumo salato del vento sulle sue guance accaldate, carezzargli i capelli e raccontargli ancora una volta la sua storia preferita; quella degli Angeli che, in un lontano mattino  fuori dal Tempo, abbagliati e stregati dalla luce smeraldina del Flumen d’Os, erano precipitati dalle nuvole, lasciando per sempre il sigillo delle loro ali di neve sulle pareti della Cascata…

Non le riusciva mai di completare la leggenda perché Bastias chiudeva gli occhi e, nel tempo inafferrabile di un lampo di luce, la sua immagine si dissolveva nell’aria.

Lei riprendeva a seguire sperduta lo scorrere tumultuoso del fiume, sino a che le gambe non le cedevano e il buio non la costringeva a tornare di nuovo sotto il Fico.

Un altro giorno si stava lentamente spegnendo. Anniah osservò con occhi stanchi il tetto di nuvole rosse sospeso sulle colline di Oàllab. Ancora qualche manciata di luce e, fra i rami del Fico, sarebbero comparse le prime stelle e la falce bianca della luna.

Ormai era allo stremo. Lo capiva dal viscido senso di debolezza che la teneva inchiodata alla stuoia e dalla fatica che fava a mantenere gli occhi aperti.

Poco prima. Quasi per miracolo, dal fondo della brocca rotta era riuscita a recuperare un po’ di acqua; sapeva di terra e foglie marce, ma l’aveva mandata giù senza esitare. Uno, due sorsi appena che erano serviti solo  a inumidirle la bocca e renderle più aspra e arsa la gola.

Non era venuta sul Flumen d’Os per morire di sete, eppure era proprio questo che sarebbe accaduto se non fosse tornata subito ad Oàllab. Continuare a stare lì non aveva più senso. Come una povera folle o la pià disperata e inconsolabile delle madri, si era illusa di riuscire a ritrovarvi le tracce di Bastias; di poter andargli incontro per un’ultima volta. Ma non era accaduto nulla. Aveva osato sfidare il Destino ed era stata sconfitta.

Sconfitta…

Conosceva bene il sapore amaro di quella parola e la sensazione di desolante abbandono che l’accompagnava. Le era già accaduto di provarla e non l’aveva mai scordata.

Era stato tanto tempo fa. Nei giorni lontani di un’estate in cui il sole pareva voler incendiare le torri di spighe recise innalzate nei campi e lei andava, a piedi nudi, a lavare i panni nelle acque schiumose del Flumen d’Os.

A Lui… Al Forestiero, come lo chiamavano tutti a Oàllab, per catturarle il cuore e infiammarle i pensieri era bastato farle uno dei suoi pigri, insidiosi sorrisi e prenderle con ferma dolcezza una mano. Lei lo aveva seguito come una sonnambula, senza fare domande.

Erano passati molti anni da allora, eppure ricordava ancora la scia rovente delle sue dita sul corpo… i suoi occhi di miele scuro e lucente… l’eco della sua voce che sussurrava promesse… e infine, la linea dura della sua bocca e il suo sguardo distante, il giorno che aveva scoperto perché il vestito le si tendeva sul ventre…

Ancora un po’ e sarebbe crollata, lo sentiva. Anniah si rigirò inquieta e sudata sulla stuoia. Quella salita non finiva mai e l’oscurità si faceva, ad ogni passo, sempre più fitta e insidiosa. Folate di vento gelido le sferzavano il viso e fili d’erba neri e viscidi come anguille le si attorcigliavano alle caviglie e alle gambe ferite dei rovi. Avrebbe voluto fermarsi per tirare il fiato e calmare il tremore della piccola lepre che stringeva fra le braccia, ma non ci riusciva. Una mano dalle dita dure la stava spingendo con forza in avanti, verso il punto più alto del dirupo. Non aveva bisogno di voltarsi per scoprire a chi apparteneva: era quella del Forestiero.

Doveva essere tornato per riprendersi la piccola lepre che lei aveva osato sottrargli e custodire, senza nemmeno avvertirlo. Sì, era proprio così: glielo stava sibilando a denti stretti e intanto, incurante delle sue suppliche, continuava a spingerla con violenza in avanti.

Lei stringeva più forte il corpo morbido e palpitante della lepre e avanza ondeggiando verso l’ultimo sperone di roccia; ancora due passi esitanti nel buio ed era in cima al dirupo.

Lentamente, col cuore che le si rovesciava nel petto, si voltava a cercare il volto del Forestiero, ma Lui era scomparso. AL suo posto, ora c’era Bastias. Si era fatto molto più alto e aveva due lunghe e candide braccia piumate che lei non ricordava di avergli mai visto prima. Voleva che lasciasse andare la lepre, che smettesse di trattenerla in quel mondo. Non vedi che così le impedisci di correre libera nel bosco? Le diceva, fissandola con grandi occhi tristi.

Lei si smarriva. Come poteva essere Bastias quello che le stava davanti, se lui le si era appena addormentato sul petto? E di quale lepre parlava? Fra le braccia, per tutto il tempo che era durata quella maledetta salita, lei aveva sempre tenuto stretto a sé il suo bambino!

Doveva aver dato voce ai suoi pensieri perché ora il giovane che sembrava Bastias sorrideva e scuoteva piano la testa. Sono il tuo bambino e tu lo sai, le diceva carezzandole il viso con dita leggere. Poi si voltava e se ne andava nel buio, verso la Cascata.

Lei faceva per seguirlo, ma i suoi piedi non si muovevano. Affannata, abbassava gli occhi e incontrava quelli piccoli e scuri della lepre che la fissavano guardinghi. Un urlo privo di suono le gonfiava dolorosamente la gola. Tremando, spalancava le braccia e quella, con un guizzo felino, le sfuggiva dal petto…

Anniah emerse dal sonno con un brusco, elettrico sussulto. Un sogno… Era stato solo un sogno! Si disse, ingoiando a vuoto. Non ricordava da quanto tempo non le capitava di farne uno, né tanto meno  di dormire così profondamente da non sentire nemmeno il gracchiare ostinato della cornacchia.

Dal fondo della valle saliva una foschia lattiginosa che annunciava l’alba di un nuovo giorno. Una sensazione inaspettata di quiete che somigliava quasi a una carezza le lambì dolcemente il corpo. Serrò forte le palpebre per trattenerla e restò immobile ad ascoltare il sibilare del vento fra gli eucalipti e lo scrosciare lontano della Cascata.

Ripensò al sogno.

La sua attesa non era stata vana: quando ormai ogni sua speranza sembrava svanita, Bastias era finalmente tornata a trovarla e le aveva trasmesso il calore della sua presenza.

Da una distanza che le sembrò sconfinata le arrivò ancora l’eco della sua voce che la salutava prima di scomparire; rivide i suoi occhi di  miele scuro così simili a quelli del Forestiero, le sue strane braccia piumate e il sorriso che gli curva dolcemente le labbra.

Come nel sogno, aprì la bocca per richiamarlo indietro e dirgli che lo aveva riconosciuto, ma dalla gioia le uscì solo un flebile, doloroso lamento.

La mano di ghiaccio che dal giorno della disgrazia le aveva imprigionato il cuore aveva allentato la sua stretta ed era riuscita finalmente a piangere; da che Bastias era scomparso era la prima volta che le accadeva.

Anniah si asciugò il viso rigato di lacrime con un lembo della coperta umida di brina e inspirò a fondo l’aria che odorava di resina e legna bruciata.

Sapeva che nella sua mente c’erano ancora zone di nebbia e che pensieri e ricordi tormentosi avrebbero continuato a graffiarle a sangue l’anima, eppure aveva la vaga impressione di aver trovato uno spiraglio di luce in fondo alla grotta buia e deserta in cui si era aggirata fino a quel momento.

Il vecchio Nassas aveva ragione: l’oscurità e il silenzio erano abitati da voci e presenza che bisognava imparare a cercare e ascoltare.

Niente e nessuno le avrebbe più ridato Bastias, ma ora sapeva che esistevano luoghi e momenti magici in cui potevano ancora incontrarsi: forse erano proprio quelli i misteriosi “bivacchi dell’anima” di cui le avevano parlato i vecchi Saggi. Quelli, i rifugi notturni e solitari in cui si sostava per dare riposto al pulsare doloroso del cuore e ignorare, anche solo per pochi attimi, la fuga incessante del Tempo.

Anniah si guardò attorno come trasognata. Nel silenzio ovattato dell’alba, le sembrò di percepire il lamento rauco della cornacchia. Sollevò istintivamente gli occhi per cercarla fra i rami del Fico, ma non la trovò: era sparita!

Doveva aver preso il volo durante la notte, forse per tornare al suo nido originario o per andare in cerca di un altro albero più giovane e ricco di frutti.

Un sospiro sommesso di resa le sfuggì dalle labbra. Anche per lei era venuto il momento di abbandonare quella fredda e solitaria stazione.

Ignorando i brividi che le scuotevano il corpo, riuscì a liberarsi della coperta e a mettersi lentamente a sedere sulla stuoia. Ad occhi chiusi aspetto che il senso improvviso di vertigine si dileguasse. Poi sollevò le palpebre restò come incantata a guardare davanti a sé: accanto alla sua brocca rotta ce n’era un’altra nuova e più piccola che non ricordava di aver visto la sera prima.

Qualcuno doveva essere venuto a trovarla mentre dormiva e le aveva portato dell’acqua! Ingoiò meccanicamente la saliva amara che le infangava la bocca e, senza più indugiare, afferrò i manici della piccola brocca e la sollevò. Curvandola in avanti con mani tremanti, lasciò che l’acqua le scivolasse gorgogliando nella gola arsa, che le bagnasse il volto ancora caldo di lacrime e febbre. Poi, con cautela, la poggiò di nuovo sull’erba.

Era una delle brocche di Anèr; la riconosceva dalla dura e liscia consistenza della creta smaltata. E l’acqua veniva dalla fonte più pura di Oàllab: quella che stava accanto alla vigna di Nassas.

Lo sguardo di Anniah volò su per la collina, fra le sagome bianche delle case del villaggio: da uno dei tetti saliva una lunga scia di fumo che, mossa dal vento, scivolava ondeggiando incontro alle nuvole.

Anèr aveva riacceso la sua fornace e modellato quella piccola brocca per lei! E Nassas, senza alcun dubbio, l’aveva aiutato a riempirla alla sorgente. Poi insieme, malgrado le gambe malferme, l’avevano portata sul Flumen d’Os.

Ancora una volta, i vecchi Saggi non si erano arresi; nonostante le avesse ignorato le loro Parole e il loro conforto, essi avevano continuato a seguirla col pensiero e a parlare al suo cuore, da lontano.

Era il suono vellutato delle loro voci quello che, ora, sentiva risalire dal profondo misterioso delle orecchie. Le parlavano di Oàllab, dei poveri che aspettavano il suo ritorno, della sua casa abbandonata come un conchiglia vuota sulla collina. Con i fiati di vento, la incitavano a riprendere il cammino…

Un debole, esitante sorriso increspò le labbra inardite di Anniah. Ancora non sapeva se ne sarebbe stata capace, ma il cuore le diceva che doveva provarci.

Quello stesso giorno, a Oàllab. All’imbrunire.

Aspettando con calma il loro turno alla fontana, le donne del villaggio intrecciavano frasi e preghiere con voce sommessa.

“Sono stati gli Angeli della Cascata a salvarla. Ancora qualche giorno al freddo e senz’acqua e per Anniah sarebbe stata la fine.”

“Lei dice che è stato Bastias a farla tornare viva a Oàllab… Che lui, ora, sta con gli Angeli della Cascata e come loro ha grandi ali di neve.”

“Ha parlato di uno strano sogno… del Forestiero… di una piccola lepre che gli aveva rubato…”

“Povera Anniah! Il dolore continua a offuscarle la mente.”

“Chi è stato a sentirla mentre lo raccontava al vecchio Nassas e ad Anèr, ha detto che la sua voce era ferma, ma i suoi occhi ardevano ancora di febbre.”

“Anniah non avrà pace fino a che non riuscirà a scoprire perché Bastias, quella notte, fosse sul fiume.”

“Ci sono pensieri e ombre che non se ne vanno mai…”

“Anniah ha coraggio e sa aspettare.” mormorò  la più anziana fra le donne, curvandosi a sollevare la sua brocca ormai colma.

Per un po’, nel vento che sollevava turbini di polvere e foglie, ci furono ancora sospiri e parole. Poi, il brusio delle voci fini soffocato dal rintocco delle campagne che segnalavano il vespro.

La grande nuvola di vapore che per giorni aveva oscurato il sole si era fatta a tratti più chiara, ma non era scomparsa.

Seduto da solo e in silenzio sulla soglia della sua bottega, Nassas fissò pensieroso gli ultimi nodi della rete che aveva appena finito d’intrecciare. L’avrebbe lasciata in dono ad Anniah. Ora che Bastias non poteva più farlo, toccava a eli occuparsi dei poveri di Oàllab. I pescatori del villaggio l’avrebbero aiutata a gettarla nel Flumen d’Os e a ritirarla colma di anguille.

Nassas lasciò andare il fiato in un breve sospiro. Poi, sollevò gli occhi e li spinse ancora per una volta verso il filo d’oro rosso dell’Orizzonte: ormai l’aveva quasi raggiunto.

Il vecchio Saggio chinò lentamente la testa e, per un istante, in fondo al petto sentì il suo cuore tremare.