L’ultima volta delle cose finite

di

L’aria ancora calda tra le colonne
fino all’angolo denso di rosso
dell’acero giapponese che fa giardino.
L’autunno lo accende quando ancora
non sono spenti gli altri colori
complice una stagione ancora mite
e mani capaci con un pensiero
nato nella terra ed il cuore chissà dove.
I fiori sparsi in quei pochi spazi,
giusti lì nel loro incastro
tra i tanti giorni i tanti passaggi
i numeri inevitabili,
tra le foglie ferme dei sempreverdi
a raccontarti stabilità senza un senso.
Giornate nate con un dolore sottile
le ore migliori in quella poca terra
fusa ad un’operosità gentile
nella sicurezza di quell’approdo
coi suoi cicli senza fine
la certezza del ritorno.
Al lavoro impercettibile del verde
ti connetti quando ripensi
l’ultima volta delle cose finite
al di là dell’invisibile confine
che traccia quell’idea di incompiuto
dove sporgi quando straripa
il quotidiano arcipelago di incertezze.
E riepiloghi non volendo l’inventario:
l’ultima mano tesa, quel diverso sguardo
l’ultima notte accesa …
l’ultima volta che ti sentisti sola tra la gente
con chi ti stava accanto e non ricordi.