Parole nel vento

di

Profilo Critico

Il fallimento di un matrimonio considerato “felice”, fa riflettere sulla sostanziale solitudine in un rapporto basato su un benessere soltanto apparente, privo di altruismo e generosità. La “bimba non nata” diventa così l’unica interlocutrice di “parole nel vento”, in cui i temi molto dolorosi, come quello dell’aborto, vengono trattati con profondità, rispetto e commozione. (prof. Emilia Contigli, membro di giuria)

Non so perché sto facendo questo. Scriverti una lettera, dopo così tanto tempo. La prima e l’ultima. Forse perché sono sola. Sola da morire!! E’ un grido d’aiuto,  ma troppo in ritardo e quindi destinato a perdersi, ad annullarsi in un eco che seguita a rimbalzare fra queste quattro mura senza mai poterne uscire.

Questa lettera è destinata a te. A te, che non sei mai nata. A nessun altro. Nessuno ne saprà niente. Probabilmente, la distruggerò appena terminata. Voglio pensare (anche se la mia ragione sorride ironica all’idea) che queste paroline bene in fila, una volta cancellate dall’hard disk del computer voleranno via e ti raggiungeranno dovunque tu sia. D’altronde, esiste una forma di posta; un qualche tipo di raccomandata o di e-Mail che possa arrivarti? Sei nel non-essere, ora, e appunto nel non-essere invierò queste righe.

Ormai, sono vecchia. Sono in menopausa da… non me lo ricordo nemmeno più. Sedici anni? O sono diciotto?

Che importanza ha?

La casa è grande. Vuota. Lui se n’è andato da tre anni. La solita vecchia storia: una segretaria carina, ventiquattro anni, il fascino brizzolato del capo ufficio…

Il dottore, così gentile, così disponibile fuori di casa, e sempre troppo stanco, apatico, indifferente quando rientra. Come se si cambiasse d’abito!

Quando l’ho saputo, mi sono messa a piangere, naturalmente. Così fan tutte, direbbe Shakespeare. D’altra parte, da una ex professoressa di Liceo, cosa ti puoi aspettare se non una citazione classica?

Che periodo, quello! Sembrava di vivere su un’altalena. Lui era come tutti gli uomini: da un lato, desiderava quella ragazza. Ammetteva che a letto era uno schianto. Si sentiva lusingato per il solo fatto di esibirla agli amici e ai colleghi come un trofeo, una coppa appena conquistata.

D’altra parte, io ero la sicurezza. Avevamo vissuto insieme per trent’anni. Significherà pure qualcosa, no?

Io ero la sua compagna. Quella che gli sistemava i pantaloni; che al supermercato si ricordava  che tre sere prima aveva espresso il desiderio di mangiare dei pizzoccheri e allora glieli faceva trovare caldi in tavola, ben conditi e imburrati proprio come gli piacevano.

Certo, la nostra vita non era più appassionata. Ma non è quello che succede ad ogni coppia? Serate fatte di televisione e silenzi?

Quando glielo facevo notare, ribatteva fra il divertito e il seccato che ero proprio io che seguitavo a dirgli che sapevo leggergli ogni pensiero. Quindi, che bisogno c’era di parlare?

A lui non interessava niente della mia giornata. Io potevo dire altrettanto. Sì, il mio più grande desiderio era di condividere ogni cosa, perfino le quisquilie più insignificanti, ma mi accorgevo che appena iniziava a parlare delle sue grane in ufficio o dei suoi hobbies, sapevo già cosa avrebbe detto e soprattutto come.

E allora? Noia. Silenzi. Solitudine.

La solitudine a due è un ben strano ossimoro. Ma è la forma peggiore. Se sei veramente da sola, riflettevo, sei padrona di tutto il tuo tempo. Non devi arrabattarti a pensare anche ai bisogni di un altro che ormai è solo poco più di un vecchio parassita. Avrei avuto la possibilità di coltivare finalmente tutti gli interessi repressi da una vita divisa tra lavoro e doveri coniugali.

Lui era quello con delle esigenze. A lui piaceva mangiare bene. Facevamo l’amore solo se e quando lo diceva lui. Non importava che io ne avessi voglia oppure no. Certo, non mi costringeva con la forza. Violento, non lo è mai stato. Ci teneva ad avere uno stile.

Tuttavia, se qualcosa non andava come desiderava, sapeva essere crudele come il peggiore degli aguzzini. Non mi parlava se non il minimo necessario, e per lo più a monosillabi. Sapeva bene che il silenzio, la tensione latente mi uccidono. Come un sapiente orchestrale, utilizzava con me queste armi, ben conscio del fatto che avevano il potere di distruggermi.

Cosa avevo? Una certa serenità economica. Senza esser ricchi, avevamo quello di cui necessitavamo. D’estate, quindici giorni di ferie ed altrettanti d’inverno, ai tropici. Io, l’auto nuova, una BMW. Quattro soldi in banca e un mutuo per una seconda casa in Umbria. L’eremo, lo chiamava lui.

Però, però, non ero felice. Forse mio marito aveva ragione quando sosteneva che le mie crisi depressive erano dovute alla menopausa. Al calo di ormoni. Ma di certo io le vivevo come un autentica sofferenza: il male di vivere di cui parlava tanto Cesare Pavese.

Poi mi passavano, o meglio, ero io a farmele passare. Tiravo avanti, per amore del quieto vivere. Allora lui si rincuorava per la serenità ritrovata, pregando i suoi Dei che il mio fragile cervellino femminile non riprendesse tanto presto a fare le bizze.

E  infine cosa è successo? Che lui, LUI si è di nuovo innamorato!
Povero eterno ragazzo! Come non capire le sue esigenze? Come poteva provare ancora desideri sessuali per una sua coetanea ingrassata ed ingrigita, che non aveva più nulla da svelargli? Come non comprendere l’esigenza irrinunciabile di sentirsi vivo, maschio ancora una volta? Come potevo essere così stupida, così gretta da non comprendere le sue ragioni? Le sue necessità?

Sara, ti risparmio tutto il calvario che accompagna una separazione. Due persone che fino al giorno prima si illudono in buona fede di volersi almeno bene e che quello successivo si tirano reciprocamente merda a palate.

Lui sosteneva che la parte più forte ero io: la giurisprudenza mi avrebbe assegnato la casa; avrei vissuto nel mio ambiente familiare, fra le mie cose, mentre lui avrebbe dovuto reinventarsi una sistemazione. L’assegno mensile mi avrebbe consentito un tenore di vita più che dignitoso. E poi, avrei potuto rifarmi una vita, trovare un nuovo compagno…

Mi sarei riappropriata del mio tempo. Mangiare quando e cosa avrei voluto. Dormire senza sentire ogni notte quel russare così simile a una segheria. Insomma: cessare di prendermi cura di un’altra persona come obbligo e non come scelta.

Purtroppo, quella situazione non l’avevo decisa io. Mi era capitata addosso all’improvviso come una grandinata e non avevo potuto far altro che subirla.

Adesso qui nel silenzio di queste mura mi vengono in mente le notti insonni passate abbracciati l’uno all’altra. Abbiamo pianto insieme, e non una ma molte volte, ognuno nel terrore di star facendo la cosa sbagliata.

Ebbene, abbiamo scambiato per amore ciò che era solo  paura di cambiare, abitudine consolidata l’uno dell’altra.

Io avevo ripreso ad amarlo con la foga dei primi tempi, ma forse era solo il terrore di essere abbandonata. Della solitudine. Di un cambiamento drastico cui non ero preparata.

Comunque, ci soffrivo. Sapevo bene che nulla sarebbe stato come prima: era impossibile passare un colpo di spugna su un fatto simile, ma mi illudevo di poter elaborare, di trovare un qualche percorso mentale che mi permettesse di  tirare avanti, di sopravvivere.

Minimizzavo. Mi dicevo che quasi tutti gli uomini, alla boa dei cinquanta compiono qualche marachella. Qualche trasgressione. Sono fatti così: sono diversi da noi. Quella era una infatuazione, non amore. C’era dentro tutto: la paura di invecchiare; il desiderio di avere conferme, la sindrome di Peter Pan. E anche una buona dose di sesso, nuovo, giovane, appagante.

Il mio salvagente non era certo il lavoro. Sono sempre stata una anonima Professoressa di Lettere, prossima alla pensione. Agli scrutini, il mio giudizio  non era mai determinante. Perfino il professore di Educazione Fisica era più influente di me, agli occhi del Preside. Non mi sono mai fatta delle amicizie fra i colleghi. Insomma: un fallimento totale.

Credevo di saper scrivere e ad un certo punto ho deciso che avrei pubblicato un libro. Non era forse la mia massima aspirazione? Non ero io la studentessa più dotata, quella i cui temi venivano letti in quinta, come esempio? E quel racconto breve che a sedici anni ho inviato ad una rivista femminile non è davvero uscito, col mio nome in calce?
Però, non sempre volere è potere. Ci ho provato, ma la mia prosa era diventata scarna. Secca come il mio utero. E le idee? Non volevo sprecare il mio tempo e quello dei lettori con un romanzo d’evasione. Volevo metterci dei contenuti. E quando mi sono accorta con orrore che tutti quei concetti che mi parevano elevatissimi, traslati sulla carta diventavano delle banalità da adolescenti, ebbene, allora ho smesso di illudermi.

E quindi ho pensato che non tutti nascono per compiere delle opere grandiose. E poi, che cosa è grandioso? Non vi è forse una buona dose di coraggio nel saper affrontare con umiltà la propria mediocrità? Nell’accettare il ruolo di donna normale, semplice e onesta?

Quel giorno, infine, ha preso tutte le sue cose e se ne è andato. Per non tornare mai più. Io credevo, speravo che saremmo rimasti se non proprio amici, almeno in rapporti civili. Come mi illudevo!
Appena fuori di casa e (immagino) fra le braccia della sua segretaria, ha ritrovato come per incanto tutta la sua sicurezza e la sua bellicosità. Ha disputato con unghie e denti ogni centesimo del mio assegno. Ha rivendicato ogni mobile, ogni ricordo della nostra vita insieme. Mi ha reso i mesi successivi alla separazione un calvario che non augurerei neppure al mio peggior nemico.

In quelle condizioni, non riuscivo a lavorare. Le mie lezioni erano una pena. Genitori ed alunni se ne lamentavano col Preside il quale, un giorno, mi ha convocato nel suo studio e proposto il prepensionamento con una congrua buonuscita.

Lì per lì, mi è parsa un’ottima idea. Capivo da me che la scuola mi era diventata un compito quasi insopportabile, e le condizioni che mi proponeva erano decisamente interessanti. Avrei tirato un sospiro di sollievo nel non dover più puntare la sveglia e nel non  vedere più il corpo insegnante. La cosa era reciproca, naturalmente.

Ma dopo appena un paio di giorni, ho compreso di aver commesso il secondo grande errore della mia vita: le giornate erano interminabili. Piene di nulla.

Era troppo tardi per inventarmi un nuovo interesse: le passioni nascono in età giovanile. Non avevo né il fisico né la mente per imbarcarmi in nuove esperienze. Non ne avevo la forza e non mi interessavano.

E allora?
Giorni, sere, notti di vuoto.

La spesa? Per chi? Per me, che a pranzo mi accontento di una sottiletta? Chi invitare?

Di rifarmi una vita sentimentale non ci pensavo nemmeno: il fallimento del mio matrimonio era un deterrente formidabile. Inoltre, non conoscevo nessuno e, stante la mia vita ritirata, non avevo neppure occasioni.

Così, piano piano, presi a trascurare il mio aspetto. Lasciavo che i miei capelli ingrigissero. Uscivo senza un filo di trucco. Insomma: permettevo al mio corpo di dimostrare tutti i suoi anni senza alcun inganno.

Il silenzio, opprimente. Il telefono che non squilla mai, tranne che per qualche seccatore che ti propone una nuova tariffa telefonica, o qualcuno che ha sbagliato numero.

La televisione accesa quasi sempre e io, annichilita sul divano, a guardare quelle immagini che ad un certo momento si confondono nella mia mente. I personaggi della Soap Opera si mischiano a quelli dei tre o quattro film che ho visto oggi e sbiadiscono lasciando solo confusione. Sui miei amati libri, un velo sempre più spesso di polvere.

Per questo, stasera mi sono decisa a scriverti. Questo, in un certo senso, è il mio testamento ed insieme la mia confessione.

Io non sono cristiana. Certo: sono stata battezzata e ho ricevuto la Comunione come tutti i bravi bambini, ma poco dopo l’adolescenza mi sono sorti alcuni dubbi che poi sono diventati certezze. In breve, ho perso la Fede per strada e non l’ho mai più ritrovata.

Ricordo quella volta. Era autunno, una sera di fine settembre. Tirava un vento gelido e le prime foglie venivano strappate dagli alberi. Rammento questo particolare: quell’anno, fu la prima volta che accesi il riscaldamento.

Eravamo giovani ed ancora appassionati. Io mi cambiavo d’abito (ero appena rincasata) e lui stava sulla soglia della camera da letto mentre mi raccontava la sua giornata.

Mi tolsi la gonna e vidi la sua espressione eccitata. Mi si avvicinò, mi abbracciò e mi mise la lingua in bocca. Senza parlare, senza preliminari. D’altronde, era fatto così. Diritto al sodo.

Ci stetti. Andava anche a me. Non pensai che avevo tolto la spirale scaduta solo due settimane prima ed ero senza protezione. Non ci pensò nemmeno lui.

Il pensiero di una gravidanza possibile non mi sfiorò finché non cominciai a ritardare. Allora iniziai a preoccuparmi.

Ero sempre stata regolare come un orologio. Poteva mai essere che…

Acquistai il test in farmacia e intinsi lo stick nell’urina. Blu!

Rimasi in trance finché non rincasò lui. Che potessi essere rimasta incinta, era un pensiero che non gli passava nemmeno nell’anticamera del cervello. Eppure, sapeva bene che le mie mestruazioni non erano ancora arrivate.

Iniziò un discorso banale sui suoi colleghi e su non so quale problema aveva dovuto affrontare in ufficio.

“Sono incinta”, lo interruppi.

“Che cosa?”
“Hai capito bene, sono incinta. Quest’oggi ho fatto il test ed è risultato positivo. Non volevo crederci e allora l’ho ripetuto. Stesso esito”.

“Oh, cazzo!”.

Ecco: il suo commento, quel giorno, il primo della tua non-vita è stato un triviale: “Oh, cazzo!”.

Che giorni! Io ero combattuta, non riuscivo ad avere le idee chiare. Speravo con tutto il cuore che lui mi dicesse con fare bonario che andava tutto bene, che non c’era da preoccuparsi; ti avremmo tenuta e saremmo diventati infine una famiglia vera.

Perché non è che io non avessi dubbi. Non mi sentivo pronta per il ruolo di madre. E il mio lavoro? Avevo battagliato tanto per diventare di ruolo e c’ero riuscita da pochi mesi. Il Preside, i colleghi cosa avrebbero detto? La mia classe, i miei ragazzi affidati a una supplente…

Però, immaginavo il profumo della tua pelle. Le tue gengive edentule mentre cercavano i miei capezzoli. Che cosa si prova, ad allattare? Non lo sapevo e ne ero curiosa.

Come ogni donna, mi perdevo a pensare a come avrei sistemato la tua stanza. Tutta rosa o azzurra, a seconda del tuo sesso. La culla bianca con le spondine. Il carillon con le api che girano appese sopra la testata. Pupazzi di peluche ovunque. Il fasciatoio. Le sagome di carta da incollare alle pareti.

Tuttavia ero sola. Lui non ne voleva sapere, questo era chiaro. Di bambini, non ne avevamo mai parlato. Per tacito accordo, avevamo stabilito di affrontare l’argomento solo se e quando fosse successo.

Lui non si sbilanciava: esprimeva il suo dissenso rimanendo in silenzio a fissare il muro o il piatto di minestra che nonostante tutto avevo trovato la forza di preparargli.

Era troppo civile o troppo vigliacco per decidere. Con la sua fortuna, confidava in un bell’aborto spontaneo che avrebbe cancellato insieme colpa e problemi. Purtroppo per lui, tu eri ben salda dentro di me.

Per la verità, non ho mai conosciuto il tuo sesso: la tua vita è terminata troppo presto per determinarlo, ma in cuor mio ho sempre saputo che eri una bambina. Per questo, nel mio immaginario, ti ho chiamata Sara.

Il tempo passava ed ero sempre sola. Le prime nausee mi toglievano ogni energia fisica. Ero indecisa. Non sapevo cosa fare.

Visto che i giorni passavano senza novità, un pomeriggio (era sabato) lui entrò in argomento. Senza preamboli, in modo diretto, secondo il suo stile.

“Dovremmo sbarazzarcene”, esordì.

“Sei sicuro che sia la cosa giusta?”
“Ma certamente! Questo è il momento peggiore per fare un figlio. Tu sei appena passata di ruolo, e ti tireresti tutti contro. Inoltre, un figlio significa spese. Abbiamo un mutuo da pagare, se te ne sei scordata”.

“Sì, ma…”.

“Ma, cosa?”
“Siamo sposati da quattro anni, ormai. Non pensi che avere un figlio sarebbe una cosa naturale?”
“Naturale, un accidenti. Non mi sento ancora pronto per fare il padre. Vederti con il pancione… Rinunciare alle vacanze a Cuba che avevamo organizzato per gennaio. Non ci tieni anche tu?”

“Si, ma credo che un figlio sia qualcosa di più importante di una vacanza”.

“E perché?”, mi interruppe con rabbia, “perché dovrebbe essere più importante? Quanto ci abbiamo messo, per concepirlo? Dieci minuti? Quindici? Ed è stato anche piuttosto piacevole, non trovi? Ebbene, quello che penso è che un figlio andrebbe pianificato. Voluto, non subìto. Quando lo decideremo, allora lo metteremo in cantiere. Ma non adesso! Non lo sopporterei”.

“Ma è proprio così terribile? E’ un’idea così difficile da accettare?”
“Sì, lo è. Ma non ti rendi conto?”, sbuffò, versandosi una generosissima dose di Whisky, “non ti rendi conto che cambierebbe tutto? Un figlio rappresenta una svolta. Monopolizza tutto il tuo tempo e le tue risorse, giorno e notte. Sei disposta a questo sacrificio, che oltretutto non sappiamo nemmeno quanto possa durare? Sei disposta a passare anni senza dormire perché il pupo è sveglio; perché ha le coliche gassose; sta mettendo i primi denti…”

“Con te al mio fianco, sì”, mormorai.

“Pazza! Vedi? Sei pazza! Tu non ti rendi conto! Un figlio! Che idea balzana! Come se non avessi già abbastanza preoccupazioni. E lei non capisce!”

“Cosa non capisco?”

“Non capisci l’entità dei problemi. Senti, stiamo bene, ora, non è vero? E allora, perché cambiare? Lasciamo le cose come stanno. Fra un anno o due, la situazione sarà cambiata; saremo entrambi più maturi e allora…”

“Quindi, cosa dovremmo fare, secondo te?”
“Hai capito…”

“Chiama le cose con il loro  nome. Abbi almeno il coraggio di pronunciare quella parola”.

Tracannò d’un fiato il contenuto del bicchiere e si accese una sigaretta. Trasse un paio di profonde boccate prima di rispondere. Doveva raccogliere il coraggio, e per lui non era facile.

“Aborto. Sì, questo dobbiamo fare”.

Era fatta. Alea jacta est. Lo aveva detto, infine.

Cercai di protestare, di sollevare obiezioni, ma era tutto inutile. Lo sapevo già dall’inizio. Anche le mie convinzioni erano deboli. O non abbastanza forti. Se fossimo stati in due, allora sarebbe stato diverso, ma proprio non me la sentivo di affrontare tutti i problemi della gravidanza con a fianco un nemico.

“Pensiamoci su”, proposi, più che altro per guadagnare tempo.

Sapevo che non sarebbe servito. Lui non avrebbe cambiato idea e io lo avrei seguito.

E infatti di lì a dieci giorni eravamo in ospedale a compilare la richiesta di interruzione volontaria di gravidanza.

Fu poco più di un formalità: quattro domande formulate in maniera stracca da una psicologa che probabilmente pensava alla cena e alle altre dieci coppie in attesa fuori dallo studio.

Mi fissarono una data. Day Hospital. Non avrei sentito niente. Dieci minuti o poco più in sala operatoria e il problema sarebbe stato rimosso.

Problema! Sì, ti chiamarono proprio così: problema. Io in cuor mio già da alcuni giorni ti chiamavo Sara, e quella mancanza di delicatezza mi mandò su tutte le furie. Ma mio marito mi esortò a restare calma, che quel gergo era consueto e perché in fondo stavano facendo quel che desideravamo.

Io non ero sicura di volerlo davvero, ma ero così confusa! Le nausee non mi davano tregua ed indebolivano insieme il mio fisico e la mia capacità di giudizio. L’idea di gettarti via come un rifiuto biologico, come uno stronzo, mi era insopportabile. Ma altrettanto insopportabile era l’idea di creare un conflitto con mio marito, di mettere in crisi la nostra coppia e, magari, di perderlo per sempre.

Comunque. te lo giuro, fino all’ultimo sperai che le cose andassero diversamente. Non fu così. All’ora stabilita, vennero a prendermi con il lettino. Io indossavo solo un camicione di canapa grezza, bianco. Mentre mi portavano verso la sala operatoria, continuavo a guardare lui, disperatamente. Non sto enfatizzando: era proprio così. Mi sarebbe bastato un suo monosillabo, anche solo un suo gesto per saltare giù dalla barella e tornarmene a casa. Con te in grembo.

Non successe.

Il tiopentale mi fece sognare? Non ricordo. Rammento le luci, questo sì, abbacinanti al risveglio.

Che schifo! Avevano strappato via da me una vita e l’avevano gettata nel contenitore dei rifiuti biologici. Di lì a poco, sarebbe stata bruciata assieme alle appendici, ernie, tonsille asportate quella mattina.

Le infermiere erano sorridenti: tutto era andato bene. Di lì a due ore, sarei ritornata a casa mia, quindi non avevo motivo per non essere felice.

Le odiavo! Odiavo tutto. Soprattutto lui, che con un gesto avrebbe potuto invertire il corso della storia, e  me, che non ero stata abbastanza forte.

Ma c’era da capirle: quello era il loro lavoro, normale routine. Effettuavano almeno una decina di interruzioni volontarie di gravidanza al giorno; non erano affari loro e, dopo anni, non potevo pretendere che condividessero le mie emozioni.

Salii in macchina e dopo pochi minuti eravamo a casa mia. Io ero a pezzi. Mi sentivo un’assassina. Non riesco a spiegarti; le parole sono inadeguate per descrivere il mio stato d’animo d’allora.

Vedi, la parte razionale di me diceva che in fondo non era nulla di grave. Prima che rimanessi incinta, il nostro menage quotidiano si era svolto in modo regolare. Bene: niente era cambiato.

Non essendo credente, l’idea di aver commesso un peccato mortale non mi sfiorava neppure. Dopo qualche tempo, avremmo ripreso ad avere rapporti e, se lo avessimo voluto, avremmo cercato di avere un bambino. Ma sarebbe stata una nostra scelta, non un qualcosa che ci era caduto addosso all’improvviso. E, essendo una scelta, l’avremmo vissuta con serenità.

Ma queste argomentazioni venivano soffocate dall’urlo che proveniva dalla mia anima lacerata. Anche se in quei momenti ero incosciente, immaginavo benissimo i divaricatori infilati nella mia vagina; le curette che raschiavano via ogni parte di te, pezzo dopo pezzo, minuziosamente. Le tue minuscole cellule ignare succhiate una ad una dalla cannula dell’aspiratore.

In ogni donna c’è una madre. Questo istinto che è più forte perfino di quello della sopravvivenza ha fatto sì che la nostra specie, che ogni razza animale abbia continuato e continui tuttora ad esistere. Il legame fra madre e figlio è il più forte esistente in natura. Credo che neppure un pianeta, nemmeno una stella con la sua straordinaria energia gravitazionale possa attrarre i corpi vicini con una simile intensità.

Lui era di là, in salotto. Stava ascoltando i risultati della domenica calcistica. Io rimestavo il sugo degli spaghetti violentandomi perché in realtà avrei voluto essere sdraiata sul mio letto, al buio e con la porta chiusa a chiave a piangere tutta la mia disperazione. E invece dovevo sorridere e portare in tavola il piatto fumante, con la foglia di basilico fresco. Perché quella sera doveva assolutamente apparire come una sera qualsiasi.

Mentre mangiava, lui era allegro, faceto. Comunicativo come di rado gli capitava. Che diamine: un grosso problema era stato risolto. Era stato sventato un grave attentato allo status quo. Alziamo dunque i calici al ritorno alla normalità!

Naturalmente, non toccai cibo. Sforzandomi di non piangere e di apparire allegra, dissi che la giornata era stata pesante; risentivo ancora dei postumi dell’anestesia e sarei andata a riposare. Lui non fece obiezioni. Non gli sembrava vero! Avrebbe potuto godersi la serenità ritrovata, da solo sul divano, col suo whisky e i resoconti dettagliati delle partite.

Mi spogliai, spensi la luce e mi gettai sul letto. Finalmente potevo dare sfogo alla mia disperazione. Ero pentita, pentita! Oh, se avessi potuto tornare indietro! Ti avevo uccisa. La legge poteva dire qualsiasi cosa: che non avevo fatto nulla di male. Non avevo commesso alcun reato. Era un mio diritto, e l’avevo esercitato.

Ma il mio cuore mi condannava senza appello. Assassina! Assassina! ripeteva.

Sai quante donne cercano inutilmente di concepire, per anni? Si sottopongono a cure dolorose, costose, piene di rischi e di effetti collaterali per poi rassegnarsi di fronte all’inevitabile? E tu hai avuto il coraggio, no, la spietata determinazione di andare fino in fondo. E sì che ne avevi di tempo per ragionare lucidamente, per decidere a mente fresca!

Sì, ma cosa ho fatto, in fondo? Non ha ragione mio marito? Lo abbiamo fatto una volta; possiamo ripeterlo in qualsiasi momento. La serenità della nostra coppia non vale forse il gesto che ho compiuto? La prossima volta, sarà diverso. Sarà una decisione unanime, e allora andremo insieme, mano nella mano a visitare i magazzini dell’Ikea per scegliere l’arredamento della cameretta. Io nel mio premaman, lui  in abito casual. Nostro figlio nascerà e verrà accolto con amore, in una famiglia unita. Se ti avessi tenuta contro la sua volontà, come sarebbe stata la nostra vita?  Ci avrebbe fatto la guerra come solo lui sa fare? O si sarebbe rassegnato e poi affezionato a te? Non lo posso sapere, naturalmente. Ma so che non ho avuto il coraggio di affrontare il rischio.

Comunque, non ci furono altre occasioni. Per tacito accordo, non ne parlammo più. Usammo sempre gli anticoncezionali, finché ce ne fu bisogno. Poi… il tempo risolse automaticamente il problema.

Perché non ci abbiamo riprovato? Perché non sono tornata alla carica, dopo qualche tempo? Per varie ragioni.

La prima è che, in fondo, quella parvenza di serenità, di normalità faceva comodo anche a me. Se fosse capitato di nuovo, avrei fatto tesoro dell’esperienza passata e allora avrei lottato come una tigre, se necessario, per difendere la creatura che prendeva forma dentro di me. Contro tutto e tutti, e ad ogni costo.

Ma andarsela a cercare volontariamente… per questo, ci vuole una determinazione, un forte desiderio che io francamente non provavo.

Inoltre, una coppia che desidera fortemente un figlio deve essere appunto una coppia. Due persone che si amano davvero e che vogliono completare il loro rapporto con un bambino. In questo caso, ogni cosa è fonte di gioia, di serenità. Ogni progetto, ogni pensiero rafforza il loro sentimento.

Era ipotizzabile, questo, con mio marito? No di certo! Proprio non ce lo vedevo a discutere del colore delle pareti; della disposizione dei mobili; a trascorrere pomeriggi festivi nei centri shopping per scegliere il corredino! No: conoscendolo, era un pensiero assurdo. Lo avevo immaginato, quella terribile sera in cui tu mi eri stata tolta, ma era stato solo un sogno, una cosa irrealizzabile. Una speranza vana come quella di vincere una lotteria importante.

Poi, c’è un tempo per ogni cosa. La società moderna è un comodo alibi. Ci si sposa tardi; si entra tardi nel mondo del lavoro. I primi soldi guadagnati se ne vanno fra mutuo ed arredamento. Ragionando con razionalità, è difficile affrontare tutti i problemi aggiuntivi di una maternità in questa situazione.

Poi pian piano le cose vanno a posto. I conti da pagare sono sempre meno, il conto in banca cresce, lentamente, ma cresce. E allora, perché non toglierci qualche sfizio? Sei mai stata ai Carabi? O alle Seychelles? Pensa: partire con la neve, la nebbia, la temperatura sottozero e ritrovarsi dopo poche ore in piena estate, sdraiati su una spiaggia bianchissima con davanti un mare dall’azzurro incredibile…

Una volta entrati in quest’ottica,  l’ipotesi di un figlio non viene cancellata, ma solo rimandata a tempo indeterminato. Il che, in fondo, è lo stesso.

Ma infine c’è una ragione, che è la più importante. Tu eri tu. Io non potevo sapere nulla di te: di che sesso eri;  quale sarebbe stato il colore dei tuoi occhi o dei tuoi capelli; il tuo carattere; cosa ti sarebbe piaciuto e cosa no. Ma tutto questo insieme di particolari sarebbe stato unico ed insostituibile: Sara, in una parola.

E tu eri stata  buttata via per nostra scelta quel mattino. Io, certo, avrei potuto concepire ancora, ma non saresti stata tu. Sarebbe stato un altro bambino.

D’accordo, potrebbe dirmi qualcuno, ma, così facendo tu neghi la possibilità di esistere ad un’altra vita potenziale. Ogni ovulo che sparisce non fecondato nel gabinetto  al termine di un ciclo mestruale rappresenta una vita possibile che non si è mai concretizzata. Una occasione unica, dal momento che la combinazione imprevedibile di tutti i geni è irripetibile e determina la nostra individualità.

Questo è vero. Mi immagino una sorta di limbo, un luogo dove stanno i bambini mai nati. Un posto al di là del tempo e dello spazio. Laggiù vi sono miliardi di miliardi di potenzialità di vita, ma solo una infinitesima parte di essi avrà effettivamente una possibilità.

Quanti cicli mestruali ha una donna, nel corso della sua vita riproduttiva? Duecento, credo. E quanti figli al massimo può concepire? Mi sembra che il record sia di una trentina. E gli altri centosettanta ovuli? Non sono forse destinati a restare per sempre nel limbo? Che colpa hanno, se non è stata data loro una chance?

Ma tu eri tu. A te era stata concessa quella possibilità. Eri nata dentro di me e ti stavi sviluppando giorno dopo giorno, seguendo l’ordinata e razionale legge impressa nel tuo patrimonio genetico. Potevo seguire ogni passo della tua evoluzione navigando in Internet. Oggi comparivano gli abbozzi degli arti; domani il tuo cuoricino iniziava a battere…

Io ti avevo persa, volontariamente. Non a seguito di un evento fortuito contro cui non potevo fare nulla. Fosse stato così, allora ci avrei riprovato. Ma fare un altro bambino in sostituzione di te sarebbe stato un ulteriore gravissimo torto nei tuoi confronti.

Mi immaginavo sdraiata a letto, negli ultimi momenti di vita. Nel delirio, saresti comparsa tu e, guardandomi negli occhi, mi avresti chiesto:
”Perché hai concesso a lui di nascere, e a me no?”

Cosa ti avrei risposto? Che eri stata concepita in un momento sbagliato? Che ero stata presa di sorpresa e il mio povero cervello non si era adattato alla situazione? Che, passato qualche anno, il senso di colpa mi aveva portato a cercare un’altra gravidanza per compensare quella che avevo mandato a monte? Spengo un vita; riparo generando una vita. No, sarebbe troppo semplice. Non funziona così. Una vita gettata non può essere risarcita sostituendola con un’altra.

E così abbiamo tirato avanti, anno dopo anno.

Mio marito ed io non siamo stati mai veramente innamorati. All’inizio era soprattutto passione; il fascino della novità. Poi a poco a poco questa è svanita, lasciando spazio a un tranquillo tran tran sempre più monotono, sempre uguale.

D’altra parte, lui non è mai stato un uomo estroso. Maniaco dello status quo ad oltranza, terrorizzato dai cambiamenti anche minimi e sconvolto da qualsiasi novità. Eterno e immutabile nelle sue (poche) passioni e sempre più  estraneo.

Io, invece, seguivo percorsi diversi. Come ho già detto, la mia vita non era facile.  Avevo il necessario, ma mi mancava l’indispensabile. Chi è che può vivere senza gratificazioni personali? Senza qualcuno che, ogni tanto, non troppo spesso, ti dica: “Brava!”?

Ecco: quella parola mi mancava da troppo tempo. Nessuno la pronunciava mai. Non sul lavoro, non in casa. Mi mancavano i gesti affettuosi. Mi sarebbe bastata, ogni tanto, una carezza, ma lui era un tipo freddo…

E dopo alcuni anni mi ero così disabituata che, se per caso, lui mi sfiorava, il suo tocco mi faceva trasalire come un bambino colto nell’attimo in cui ruba la marmellata.

Insomma, ho tirato avanti. Ce l’ho messa tutta. Già mi vedevo accanto a quello che era il mio uomo a vivere una placida, noiosa, silenziosa ma rassicurante vecchiaia.

E invece, è successo quello che sai. E ora sono qui, nel salotto di casa mia. Ho passato la giornata a rigovernare, spazzare, spolverare i soprammobili e a fare il bucato. Sono uscita verso le cinque per fare un minimo di spesa. Quelle scambiate con l’addetto al banco della rosticceria, al supermercato, sono state le uniche parole che ho pronunciato oggi.

Ho ascoltato musica. Vecchi CD sentiti migliaia di volte. Ormai, mi sono venuti a noia: ne conosco a memoria ogni nota.  La sera la passerò davanti alla televisione, facendo zapping finché non troverò qualcosa che mi permetta di tirare l’ora di andare a dormire. E domani sarà lo stesso, e così il giorno dopo e l’altro ancora…

Questi mobili bianchi! Quanto li detesto! Quando c’era ancora mio marito, avevo proposto di cambiarli, di rimodernare l’arredamento, ma lui, restio  a ogni forma di cambiamento e attaccato al denaro lasciava sempre cadere l’argomento. E io non avevo assolutamente voglia di girare da sola per mobilieri, senza nessuno che mi consigliasse, e decidere, e decidere! Che fatica!

Ecco, Sara, se ora ci fossi tu? Come sarebbe la mia vita? La nostra vita? Magari papà (strano, è la prima volta che mi viene in mente questa parola), magari papà, dicevo, sarebbe rimasto. Forse tu saresti stata il collante che avrebbe tenuto insieme la nostra famiglia. In ogni caso, avrei avuto un numero di telefono sulla rubrica. Senza dubbio, quel dannato cordless sempre muto sarebbe squillato più spesso e avrei sentito la tua voce:
”Ciao, mamma, come va?”
”Al solito, grazie, Sara, e tu?”
”Tutto bene. I bambini hanno un poco d’influenza, ma nulla di grave. Ti serve qualcosa?”
”No, grazie. Sono a posto. Ma quand’è che ti fai vedere?”
Presto, non preoccuparti. Domenica siamo a pranzo da te. Ci autoinvitiamo. Prepara le lasagne, mi raccomando. Filippo dice che come le fai tu…”

“Dì a Filippo di stare tranquillo; ci metterò tutto il mio impegno”.

“Allora, a domenica”.

“Sì, a domenica. Ciao. Bacia i bambini”.
”D’accordo, lo farò. Ciao, mamma. Riguardati”.

Invece, niente. Nessun ricordo da sfogliare. Nessun vestitino conservato negli scatoloni, in cantina. Nessun diario o libro di scuola. Non foto né filmini girati durante le vacanze.

Ecco, Sara. Quello che voglio dirti è questo. Io sto pagando oggi quel gesto di tanti anni fa. Sai quante volte me ne sono pentita? Praticamente ogni giorno della mia vita. E ogni momento che passa il mio rimpianto per quello che avrebbe potuto essere e non è stato si fa sempre più grande.

Quando ti hanno strappata da me, eri un embrione di poche settimane. Rassomigliavi a uno strano pesciolino lungo qualche millimetro, a giudicare dalle illustrazioni. Ma avevi in te già tutto. Tutto quello che ti sarebbe servito per vivere la tua vita. Eri insieme indipendente e totalmente dipendente da me.

Indipendente perché il tuo programma di sviluppo procedeva senza errori, con la ferrea determinazione  dei tuoi geni fervidamente impegnati nell’immane lavoro di costruire un nuovo essere umano.

Dipendente perché io ti fornivo attraverso la placenta tutto il necessario per la tua crescita. Inoltre potevo decidere se interrompere la tua esistenza o darti una possibilità di vita. E ho scelto la prima ipotesi.

Noi uomini e donne cerchiamo sempre di autoassolverci. Vivere con grossi complessi di colpa è sempre difficile. Ho letto di assassini che, alla fine, si sono uccisi per il rimorso. Ebbene: sai quante volte ho tentato di voltare pagina? Mi sono detta che, non essendo io credente, il concetto di peccato mortale non mi tocca. E fin qui, tutto bene.

Poi, che l’etica, ciò che è giusto o sbagliato, è un concetto inventato dall’uomo per far sì che la società potesse funzionare. In un mondo senza regole, ogni individuo si sarebbe comportato in modo anarchico, perseguendo solo il proprio interesse, indifferente nei confronti degli altri, e allora molto probabilmente ci saremmo estinti già da tempo.

Oppure la nostra società non sarebbe mai diventata quell’incredibile, complesso organismo che conosciamo.

Bene e male non esistono in natura. Gli animali uccidono per nutrirsi. Non c’è odio in questo, solo il rispetto delle leggi naturali. O, se preferisci, il perseguimento di un programma innato.

La morte è l’evento più comune. A ogni secondo, miliardi di esseri viventi cessano di esistere. Succede perfino nel mio corpo: come in un pazzo girotondo, milioni di cellule si autoeliminano per dare spazio a nuovi e più efficienti elementi.

E allora? Ho letto che sulla Terra nascono tre bambini al secondo. Che uno dei problemi più pressanti che l’umanità deve risolvere è proprio quello della crescita demografica, della sovrappopolazione. Questa comporta lo sfruttamento oltre i limiti delle risorse naturali.  Effetto serra. Aumento globale delle temperature. Modificazioni del clima. Sparizione delle foreste. Aumento esponenziale delle estinzioni…

Quindi, in fondo, sarei una benemerita. Anche se il non averti fatto nascere, a fronte di una popolazione di oltre sei miliardi di persone è del tutto irrilevante.

Nella tua vita, quante risorse avresti consumato? Quanti vitellini, quanti polli o pesci o conigli sarebbero morti per nutrirti durante tutto il corso della tua esistenza? Forse che la loro vita, in quanto animali, ha meno dignità di quella di un uomo? Io non lo credo!

E poi, se l’etica, se il concetto di bene e di male è creato dall’uomo, e se la maggioranza si è espressa a favore della liceità dell’interruzione volontaria di gravidanza quali che siano i motivi per i quali la coppia prende questa decisione, allora ciò significa che in quello che ho fatto non c’è nulla di male. Non trovi?

Ma tutte queste argomentazioni non mi bastano. Sai quante volte me le sono ripetute? Milioni. Senza nessun risultato. Perché la mente è uno strumento straordinariamente potente: sa ordinare con voce stentorea quello che desidera, ma il cuore è più forte.

Chi non ha mai fatto una scelta, agito contro la propria razionalità, solo perché i sentimenti gli suggerivano il contrario, in contrasto con l’evidenza? E non è proprio questa caratteristica che ci rende uomini, differenti dai computer?

Sicchè non riesco a non provare una profonda sensazione di rimpianto  verso ciò che avrebbe potuto essere e non è stato. Mi sono autoderubata di una esperienza che avrebbe giustificato da sola la mia esistenza di donna. E l’ho fatto volontariamente.

Mi sono persa l’atto della tua nascita. La sensazione che non conosco di te che succhi i miei capezzoli. Le notti perse cullandoti fra le mie braccia. I pannolini da cambiare. I tuoi primi passi. La tua prima parola.

E poi, la scelta dei vestitini; io che ti accompagno a scuola, il primo giorno, portandoti lo zaino fino alla soglia e ripetendoti le stesse raccomandazioni per la centesima volta.

Le ricerche, i compiti. Le lezioni di nuoto. Quelle di danza.

E poi… tu, adolescente, che inizi a fare le bizze. La tua camera sempre chiusa, da cui esce il suono incessante della tua musica preferita. Il telefono monopolizzato per ore.

L’apprensione quando esci la sera e non rincasi. La preoccupazione per gli amici che frequenti: sono davvero bravi ragazzi? Questa è un’età strana: è facile fare errori di cui poi ci si pente per il resto della vita…

La tua prima volta.  Sono certa che ne avresti parlato con me, non come da figlia a mamma ma come da amica ad amica. E io ti avrei capita, consigliata…

Ti avrei consolata quando la tua storia d’amore sarebbe finita, come sempre avviene per il primo amore. Ti avrei spiegato, trattenendo un sorris