Al poeta Francesco Fiumara

di

Quando andasti a mordere il lenzuolo
per le fredde sterrate di quel bivio
dove le parallele divergono in dubbio
non dovettero apparirti come angeli
quei verdi cammellieri che traghettano
le ultime speranze di quaggiù.
Altre erano le spighe al tuo Paese.
Altre le lune levate in plenilunio
sulle ceste che sporgevano dai tetti
mentre al tuo verso tenevi la mano
e un filo di memoria ti avvinceva.
Da sempre il tuo percorso all’incontrario
ti portava sui bordi dei fienili
e staccavi la spina dal tuo mare
per sentire il canto del gallo
che solo ai cuori semplici è un ascolto.
Ora inerpichi il tuo tralcio
per vicoli di boschi e di pinete
e se un mare ti viene avanti agli occhi
ricordi che l’uccello dei mattini
scelse la libertà da ogni terra
come te procellaria rapita
nel vortice di un sogno di parole.
Ora l’oceano stride e tu sorridi
altra soglia hai varcato e già ci parli.
Non sei tanto lontano se lievi giungono
le voci della notte e un carro
rompe il silenzio per le vie
e un tamburello accenna un nuovo suono
al borgo del tuo Paese di cicale.