Decadenza

di

Profilo Critico

Giorgio Caproni in un versicolo, intitolato "Furto", dei "Versicoli controcaproni",
pubblicati per la prima volta nell'edizione garzantiana di "Tutte le poesie" del 1983,
scrive:"Hanno rubato Dio.//Il cielo è vuoto.//Il ladro non è ancora stato/(non lo sarà
mai) arrestato." Nicola Costantino individua i "ladri", i "servi fanatici dell'utile che
non sanno parlare all'uomo/perché si sono esclusi dall'Essere", riempie quel
"vuoto" e con coraggio, in un tempo disperato e amaro che con le proprie mani si
distrugge, ri-propone una visione metafisica dell'esistenza. In otto strofe, formate
da quartine di vario metro allungato talvolta al di fuori di ogni schema tradizionale,
l'Autore, per formalizzare il carattere riflessivo e argomentativo del testo, ricorre a
un linguaggio sorvegliato ed efficace, qualche volta testamentario ("la porta stretta
e difficile dei princìpi/cristiani"), e a una sintassi facilitata nella sua struttura perché
chiaro deve pervenire il messaggio. La parola poetica è di per sé, dichiara Nicola
Costantino, parola consacrata all'"Originario salvifico", di qui un andamento per
antitesi della poesia: da una parte gli "istinti atavici" e dall'altra "le coscienze pure",
da una parte il "bene facile" e dall'altra "il bene autentico, difficile a farsi", da una
parte il "liquame di un male profondo" mai smaltito e dall'altra "la bellezza" e la
"poesia", da una parte "le anime vergini" e dall'altra le "anime corrotte", da una
parte il "mondo velenoso dell'inumano" e dall'altra "la preghiera dell'uomo non
decaduto", da una parte il "buio" e dall'altra "la luce". E altre antitesi, ancora. In
questo sta la meraviglia di "Decadenza" di Nicola Costantino. Forse ha ragione
Franco Fortini quando afferma che "La poesia/non muta nulla. Nulla è sicuro. Ma
scrivi" ("Traducendo Brecht", da "Una volta per sempre", 1963). E sempre il poeta,
nella crisi degli intellettuali (quanti sono quelli veri?), deve far sentire la propria
voce, come quella che ci consegna Nicola Costantino.

Massa 3 maggio 2020

Membro di giuria

Prof. FRANCO PEZZICA

Nel disordine i poteri nascosti esplodono
allungano la forza degli istinti atavici,
che dilagano con scatti trasversali
e sorprendono anche le coscienze pure.

Distruggono valori che provengono
dal trascendente forse intimidito anch’esso
dall’esaltazione del reale che propone
luoghi di vertiginosa e falsa libertà

nel grande oceano della miseria morale,
accumulata nei secolari serbatoi
di rifiuti mai del tutto smaltiti.
Causa di morte la glorificazione del superfluo

spinto fino alle dimissioni dell’uomo da uomo.
Ma muore annegata nel “bene facile”, fonte
di ambizione e d’intrigo, la società del consumo,
la cui forma è un involucro vuoto;

il bene autentico, difficile a farsi, non si squalifica
e non si scioglie nel liquame di un male profondo,
inconoscibile, dagli esiti devastanti: persino la bellezza
non è più compresa e con essa la poesia.

Il rifiuto dell’Originario salvifico non avvilisce
e non sgomenta chi vive nell’abisso d’ignoranza
perché la sua non è l’ignoranza di “anime vergini”
ma la bestialità di anime corrotte.

I colori e i suoni del dominio materiale della terra
colpiscono i sensi e danno felicità effimera a questi
servi fanatici dell’utile che non sanno parlare all’uomo
perché si sono esclusi dall’Essere.

La preghiera dell’uomo non decaduto
è la ricerca costante della sacralità nel mondo velenoso
dell’inumano. La porta stretta e difficile dei principi
cristiani è la luce, il resto è il buio.