Mai che l’informe si arrenda

di

Profilo Critico

La narrazione della propria vita, il ricordo dell’amato borgo natio con il suo
affascinante paesaggio, dell’infanzia e dell’adolescenza trascorse a Milano, l’arrivo
del periodo dei continui viaggi e l’attimo in cui tutto si ferma: l’incontro con lo
sguardo del Salvatore di Rublev durante una visita alla galleria Tretyakov a Mosca.
Uno sguardo che penetra nell’io, trapassa l’esteriorità del poeta-uomo e lo interroga
da dentro, tanto da fargli misurare “con un battito di ciglia l’universo”. Un incontro
che è quasi un’epifania, un’esperienza mistica che porta via dal qui e dall’ora e tende
l’anima verso l’infinito, l’immensità, l’eterno. La chiave di lettura di tutta l’opera di
Carlo Tarabbia è qua, nell’ultima poesia della silloge, che non a caso le dà il titolo. I
componimenti della raccolta muovono spesso da momenti narrativi e descrittivi, da
fatti della vita vissuta, da contesti specifici, per poi lasciare spazio a versi meditativi,
in cui emerge la continua tensione dell’uomo a travalicare i propri confini terreni, a
superare la propria condizione umana per ricercare una “dimensione nascosta
nell’infinito” e per perdersi “nell’immensità senza muri” della propria anima. E tutto
ciò rende la silloge di Carlo Tarabbia un’opera molto coinvolgente, in cui il lettore,
immerso in tante e diverse esperienze di vita, reali o immaginarie, appartenenti a
momenti storici e culturali differenti, è costantemente sollecitato a confrontarsi con
la propria esistenza e a viaggiare dentro se stesso.

Massa, 5 maggio 2019

Membro di Giuria

Prof.ssa MONICA SALVETTI

Il Silenzio, compagno del vento,
raschia lieve l’Invisibile
mentre la mia casa muta di suoni
apre sentieri nascosti.
L’antichissimo linguaggio
sepolto quando la pietra
era ancora tenera
e seminata con i fiori.
E strappava dalla biblica tomba
edera di vita tra vuote stelle
di solitudine.
Ogni attimo era foglia, e la vita
s’accostava con la sua piaga redenta
già scritta dalla sua prima sera.

Intessuta nel muschio nero
dell’enigma che dissolve.
Nessuno torna indietro
da quella libertà
fasciata dal tempo.
Fatta di notte
e di polvere
che cerca in cielo
la sua fluttuante dimora
impressa d’orme.
Che cerca nei quotidiani
annientamenti le vie interiori
dello sguardo. Il baluginio
di impensate speranze.

Dall’atteso, dal respinto
riappare il giorno.
E mi azzittisco